03.09.10

La medicina si chiama misericordia.


---Per la sua gente di Bangkok è Po A. Da noi, in Italia, Adriano Pelosin. Per nascita è veneto - di Loreggia, in provincia di Padova - e per vocazione prete nel Pime e dunque missionario. Tra pochi mesi avrà sessant’anni, da otto va e viene tutti i giorni in alcune baraccopoli della capitale thailandese. Grazie a lui sono nate quattordici case-famiglia che dalle sue mani ricevono i mezzi finanziari il sostentamento e dalla sua voce il carburante spirituale che alimenta i percorsi di liberazione di uomini, donne e bambini.
Suor Angela lo conosce da poco più di un anno, e lo tratteggia come «un uomo di Dio, una persona molto libera e che permette agli altri di essere liberi, di sbagliare e di riprendersi. Non si fa problema dello scandalo altrui. È capace di criticare, ma in modo costruttivo. Non teme di portare alla luce il marciume e di parlarne apertamente. Di primo acchito un approccio così può lasciare interdetti, ma alla fine porta frutto. Come nel Vangelo: la misericordia e la verità camminano insieme».
Po A non ha in tasca soluzioni, incassa fallimenti e prende cantonate. Come tutti, più o meno. È uno che non lascia indifferenti: c’è chi è pronto a prenderlo in castagna e chi a condividerne lo slancio. Tutti gli riconoscono generosità e onestà intellettuale.
Non plagia le persone, Adriano. Preferisce il «Volete andarvene anche voi?», alla maniera del suo Maestro. Non ha fondato un movimento, ma non vuole camminare da solo. Accoglie ogni collaborazione senza andarla a cercare. La accudisce finché c’è; le lascia percorrere la sua strada, quando un bivio li separa.
Al momento, i suoi più stretti collaboratori sono una quarantina di persone, di età e provenienze diverse. C’è l’ex travestito, dalle mani affusolate e femminili, e il giovane tribale rubacuori; l’ex detenuta e l’ex suora; il tipo spirituale e quello praticone; chi è con Adriano dal primo giorno e chi è arrivato da poco. Trovi suor Angela dall’Italia, ma anche suor Mieko e suor Noella, due donne già mature inviate dalla provincia giapponese delle Suore della carità di Ottawa per iniziare una nuova comunità in Thailandia in mezzo ai poveri. Accanto all’onesto siede il furbo, che fiuta l’odore dei soldi e cerca di trar vantaggio dalla situazione.

La libertà d’animo che governa le scelte di padre Adriano gli si è riacutizzata dentro dopo l’infarto e la depressione che lo aggredirono nel 1986, mandando in frantumi il progetto di una vita da missionario senza macchia e senza paura coltivato sin da ragazzo, come mi raccontava anni fa (M.M., agosto-settembre 2001, pp. 60-62).
Quell’evento traumatico costrinse Pelosin a un faticoso lavorio interiore. Pregando e riflettendo, in questi anni ha raggiunto intuizioni spirituali che hanno gettato una luce nuova sulla sua vita. A chi lo incontra propone un cristianesimo che è essenzialmente esperienza personale di misericordia, di affrancamento dal male, di dignità certa perché radicata in un Creatore che non smette mai di creare, amando e riscattando ciascuno. «Io - spiega - tratto tutti come figli di Dio che hanno bisogno di sapere da dove sono nati e perché». Parole che ne richiamano altre, pronunciate tempo addietro: «I missionari devono avere sempre il coraggio di andare, di essere aperti a nuovi contatti».

Se il suo dire avesse magici effetti taumaturgici, questo prete girerebbe tra le baracche a gridare «Liberi tutti!», come facevamo nei giochi da bambini. Ma crescendo impariamo che la vita non è un gioco e la libertà non piove dai tetti. Così padre Adriano, senza trascurare gli adulti, si concentra sui più piccoli. Perché sono i più indifesi e meritano tutto il bene possibile, perché l’argilla della loro libertà è ancora plasmabile e qualunque buon seme gettato può diventare un florido albero, perché se non accadrà era comunque un dovere provarci.
Dunque l’azione di Pelosin è essenzialmente un’opera religiosa, un atto di culto al Padre, prima che un intervento assistenziale. Il cammino dell’Esodo, le pagine bibliche dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, la narrazione del Figlio che si sacrifica per riaffermare l’Amore e vincere il male hanno per padre Adriano un carattere dirompente, intelligibile a tutti. Alla sua gente buddhista propone senza remore la preghiera, la Bibbia e la catechesi, convinto che il cielo della religiosità popolare thailandese sia troppo vuoto per sostenere una vita densamente umana.
Qualcuno, poi, decide liberamente di condurre a fondo il cammino, iniziare il catecumenato nella parrocchia retta dal Pime e ricevere il battesimo in Veglia pasquale. Per scelta, Pelosin avvia al sacramento solo chi è maggiorenne.
Po A è in Thailandia dal 1978, ma i primi anni li ha spesi a Lampang, più a nord, in diocesi di Chiang Mai. I problemi di salute e il prudente consiglio dei medici e dei superiori lo hanno costretto a ripiegare su Bangkok nel 1987 per condurre una vita più tranquilla. Da allora ha cominciato le sue incursioni nelle baraccopoli cittadine. Negli ultimi otto anni la frequentazione s’è fatta quotidiana e ha imposto una certa cornice organizzativa, per dare risposte non velleitarie alle molteplici richieste d’aiuto.

A una grande mistica come santa Teresa d’Avila si attribuisce l’aforisma «Teresa da sola non può fare nulla, Teresa con Dio può fare molto, Teresa con Dio e i soldi può fare tutto». Pelosin, probabilmente, sottoscriverebbe.
La rete di solidarietà che ha preso forma intorno a lui costa. Ogni mese dalle casse escono tra il milione e mezzo e i due milioni di bath (pari a 30-40 mila euro). Le voci di spesa sono: affitti per le baracche, vitto e alloggio ai quasi 250 bambini e ragazzi ospitati nelle 14 case-famiglia, spese scolastiche e per l’istruzione, razioni di latte in polvere e pannolini per i bimbi più piccoli, sussidi per la scolarizzazione - altrimenti trascurata - di altre centinaia di bambini e ragazzi, salari e rimborsi per il personale d’ufficio e i collaboratori più stretti, autoveicoli, generi alimentari, farmaci e spese mediche - quando non erogate dall’incipiente servizio sanitario nazionale -, carburante, telefoni cellulari per tenere i contatti tra responsabili, campi estivi, attività ricreative, culturali e sportive, spese di amministrazione e cancelleria.
A parte contributi straordinari come quello che negli ultimi anni la Conferenza episcopale italiana ha erogato per la formazione del personale, il capitolo entrate è costituito in gran parte dai fondi provenienti dalle adozioni a distanza. Quelle targate Italia transitano essenzialmente da due canali: l’Ufficio missionario diocesano di Vicenza e l’Ufficio aiuto missioni del Centro missionario Pime di Milano.

Tanto danaro non inquina il rapporto spirituale tra il missionario e i suoi? Non rischia di riproporre l’antico rischio che qualcuno faccia da satellite al prete solo per i vantaggi economici che ne trae?
«La questione è cruciale - riconosce padre Adriano -. Io stesso me lo chiedo: “Se non ci fossero soldi andrebbe meglio?”. A me personalmente i soldi non servono. Né per vivere, né per lavorare. Servono però a mantenere i bambini orfani e tutto il resto. Ringrazio Dio che, con il denaro, mi dà questa possibilità. Io vi scorgo un segno di solidarietà dell’umanità. Quando uno si mette a fare del bene agli altri, si innesca un dinamismo tale per cui in tanti vogliono partecipare all’impresa e si genera anche una realtà positiva di ordine spirituale. Poi c’è sempre chi ne approfitta… Tra noi qualcuno ha rivenduto il latte in polvere destinato ai bimbi per comprarsi l’alcol, oppure ci sono ragazzi che usano i soldi per i videogiochi. Il denaro è un aspetto della carità a cui non tutti corrispondono allo stesso modo».

«L’esperienza mi ha reso più guardingo e meno credulone. Uno, anche se è povero, non lo aiuto se può farcela da solo, magari lavorando di più e trovandosi un doppio lavoro. Al termine della catechesi domenicale i nostri uffici distribuiscono i sussidi per la settimana. Le volte in cui li abbiamo consegnati prima, le persone prendevano i soldi o gli altri beni e se andavano subito. A noi interessa, però, che ascoltino qualcosa di utile, perché il nostro intervento non vuol essere pura assistenza, ma soprattutto formazione. Perciò insistiamo e purché ascoltino ricorriamo all’espediente di rimandare la distribuzione alla fine degli incontri».
La domenica mattina il piccolo popolo di padre Adriano anima il grande portico del centro parrocchiale di Nostra Signora della misericordia a Pak Kret. Tutto si conclude con un pranzo in comune, consumato frugalmente, e i giochi spontanei dei bambini. Visto da fuori sembra un momento di serenità sincera. Questa gente se la merita. Sarebbe già un bel dono del Giorno del Signore.

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